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Greta-Rosso-Manuale-di-insolubilità-poetarumMANUALE DI INSOLUBILITÀ, di Greta Rosso
Quando la poesia non ammette una lettura lineare, rapida e di primo impatto non bisognerebbe mai arrendersi , demordere, come nella vita, la sorpresa può essere dietro la svolta immediatamente successiva. Così le poesie del “Manuale di Insolubilità” di Greta Rosso, hanno bisogno di tempo; bisogna tornare con circospezione quasi, sulle pagine appena lette, per ricomprenderne il significato: se non si ha la forza e la curiosità di proseguire nella lettura non saranno mai compresi i versi letti nelle pagine precedenti.
I suoi versi sono carichi di eventi forti, laceranti, sentenzianti per l’animo e la vita della poetessa, totalmente personali quindi, che a un primo approccio non consentono al lettore l’immedesimazione, non consentono di orientarsi sul vero turbamento che macchia queste pagine; spesso lo svelamento, la chiave di lettura di una poesia la ritroviamo 3 o 4 liriche più avanti, quasi a far da metafora a tutto l’argomento del volume: la crescita, l’andare avanti e in contrapposizione il continuo tentativo di tornare indietro, all’origine, a prima che una identità si caratterizzi definitivamente, inequivocabilmente, a quando il suo “nome era non ancora” (p.23), o rimanere cristallizzata a quel tempo primo per “farmi statua” (p.16)
E il dolore, i cambiamenti dello spirito della maturazione e le ferite anche carnali della crescita, “questa pieghe sul viso sono disastri dimissionari / le cui ripercussioni proseguono per tempi irragionevoli.” (p.21), mutamenti non accettati dall’autrice, forse perché voluti, desiderati, sentiti diversamente, in un’altra direzione:
[…]
sono rimasti quattro sassi
-praticamente senza peso-
se li poni in un lavandino
diventano seni
inviolabili. (p.23)

lei ritrovatasi quindi, imbrigliata in una materia, fisica e morale, nella quale non si riconosce e che ha difficoltà anche semplicemente a toccare, che vive male, che rovina tutto anche i misteri più profondi della natura:

non è più amore se sezioni il
momento dell’odore metallico,
la ferraglia prodigiosa dei genitali
resta ferraglia e nessun prodigio
a tralucere le forme e l’assieparsi
di mani, impronte, biologia senza
brillio, i due corpi restano corpi
e il sentimento cadavere […] (p.81)

Tutto questo nell’autrice forse è da ricercare in quello che possono suggerirci questi due versi di incipit a pagina 17: “del padre non volevo saperne, non mi / tangeva e restava una piaga nel fegato”, infatti lei avrebbe voluto che “non crescesse nulla / del mio corpo, che si attenuassero / le forme” (p.16), leggiamo infatti che non accettando il suo corpo vorrebbe maltrattarlo così come fa con la falena (nel corpo della quale si immedesima), accarezzandole le ali “fino ad affossarla / brutta falena color asfalto / così ibrida nell’aspetto / da non saper più di / appartenermi”. (p.24) Questi segni che si vanno formano nell’animo e nel corpo della poetessa si fanno,attraverso i suoi versi, universali, e si tracciano anche sulla nostra pelle di lettore, producendo una “crisi di volti” (p.20)

La poesia di Greta risulta compatta e ogni singola lirica congiunta a quella che precede o segue, anche grazie alla rinuncia delle maiuscole in ogni capoverso, quasi a sottolineare che comunque la vita continua a scorrere lineare e che la punteggiatura o la spaziatura, che comunque l’autrice conserva, sono solo sospensioni momentanee, solo brevi respiri di riflessione e fiato.

Ma non si può lottare con il mutare delle stagioni e la traccia genetica che ci plasma e rilega in un tempo e in un luogo o in una sessualità (vedi la lirica a p.72) obbligata,dove ogni tentativo di fuga e soluzione, ogni pratica per sfuggire rimane una incapace teoria, che bene troviamo descritta, nel presente volume dal palese titolo di prontuario, “Manuale di Insolubilità”.
Qualche volta si intravede, (pur sempre come metafora della condizione umana personale) anche un passaggio nel sociale, nell’attuale, che pure non lascia prospettive, non ha futuro o non concede possibilità di progetto, di realizzazione:

sono disegni di case lasciate andare nell’ombra,
nutrite di tappezzeria e polvere e untume.
rastrelliamo l’evidenza dei sogni, i sogni svaniti –
niente più ci occupa nelle mattine infuocate.

l’attesa è qualcosa di infinitamente perduto. (p.50)

oppure nell’ecologico, nella devastazione e solitudine che rimane, a cui metaforicamente tende la vita di ogni singolo individuo, o nella stessa incapacità, o grande fatica della natura ad essere se stessa:

il mare si ritira davvero, lasciando
una distorsione nell’immagine così
blu delle prime ore del mattino. la
tonalità dell’acqua, sempre più
lontana, passa dal nero al petrolio.

si scorgono sabbie pastose, morbide
ed estremamente vergini. l’onda è
spenta e la risacca congedata. gli
scogli si alzano faticosamente,
guardano sconsolati l’orizzonte –
parte l’ultimo pianto del mondo. (p.46)

in queste liriche è la vita stessa a mostrarsi irrisolvibile, negata, senza vie di scampo, con tutte le ripercussioni che l’autocoscienza riversa nella personalità; ma al contrario di quello che afferma il prefatore, Fabio Prestifilippo, forse un barlume o una vana speranza dobbiamo riconoscere proprio alla parola, anche contro la stessa convinzione dell’autrice.
Una vera insolubilità, ma per fortuna il tutto, grazie alla nostra autrice si risolve in uno “spunto / letterario e nulla d’altro” (p.81), e con la sua capacità di scrittura, il suo linguaggio crudo, la poesia di Greta Rosso, seppure con la fatica del dolore riesce a sciogliersi e farsi solubile nei suoi lettori.
Francesco Lorusso
28 ottobre 2015

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