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WEISSES WERK

Passeggiando lungo un tratto di sentiero ghiacciato, ho raccolto foglie accartocciate, grovigli di radici e piume di uccelli, gusci, semi e cortecce rosicchiate dai cervi. Da tempo, catalogo reperti di bosco, esplorandone le pieghe e le torsioni invisibili, i tagli inferti dai rumori, sempre in cerca di un indizio, di quell’attimo preciso in cui l’ultima parte viva della pianta si atrofizza e il silenzio s’impossessa dell’intera struttura, trasformandola in scultura organica. A ogni frammento associo una didascalia, un verso lungo che perimetri le circostanze del rinvenimento, lo collochi nel corpo vivo del bosco e formuli un’ipotesi sulla sua storia.
Questa pratica d’archivio rigorosa si ispira alla scrittura: come su radure brulle sembra non affiori nulla, non lo scheletro di un fiore, non lo stelo di una sempreverde disseccata e invece tra le pietre spunta il croco, così la parola buca i punti morti del discorso e all’orecchio accosta il…

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