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Pasolini politico?

di Pasquale Vitagliano

«Il volgar’eloquio: amalo». Da questo verso deriva il titolo del libretto che trascrive il colloquio tenuto da Pier Paolo Pasolini con un gruppo di docenti e di studenti il 21 ottobre 1975 presso la biblioteca del liceo classico “Palmieri” di Lecce sul tema “Dialetto e scuola”. Il testo venne edito un anno dopo per le edizioni Athena di Napoli, a cura di Antonio Piromalli, professore dell’Università di Cassino, tra gli organizzatori dell’incontro su iniziativa del Ministero della Pubblica Istruzione, e dell’antropologo Domenico Scarfoglio. Si tratta dell’incipit del monologo di Bestia da stile, una tragedia allora inedita, e che fu concesso dalla nipote di Pasolini, Graziella Chiarcossi, la quale ne conservava l’originale dattiloscritto. Il colloquio parte proprio da questi versi. Pasolini stesso precisa che si tratta dell’ultima strofa e che essa «cita e, in un certo senso, rifà e mima i Cantos di Pound».

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2 thoughts on “Pasolini politico?

  1. Pasolini politico?/2

    di Daniele Maria Pegorari

    All’intervento di Pasquale Vitagliano sulla possibile attualità politica di Pier Paolo Pasolini, pubblicato dal blog di «incroci», risponde questa nota del condirettore della rivista, auspicando che altri vogliano condividere o intervenire (con commenti o altre proposte di articolo). Allo scadimento del confronto ideale nelle forme del chiacchiericcio e dello slogan a effetto – che tanto sta corrodendo l’intera scena politica contemporanea – si può forse reagire con una più ragionata articolazione del dibattito democratico.

    L’articolo che Pasquale Vitagliano (giornalista e poeta) ha dedicato alla riflessione su una formula politica molto problematica – quella pasoliniana della «destra sublime» – ha il merito di ricordare a «incroci» una delle sue vocazioni principali: quella di innestare lo studio della letteratura (e di altre discipline umanistiche) nel fuoco dell’attualità, onde trarne lo stimolo per una critica costruttiva e ricavarne dei paradigmi interpretativi generali e particolari. Più semplicemente, delle agognate ciambelle di salvataggio nei marosi della società liquida. A quella tragedia in cui Pasolini fece comparire quello strano sintagma – «destra sublime», appunto – mi sono rivolto una dozzina d’anni fa, quando Pasquale Voza ne diede una nuova edizione (purtroppo ora introvabile), con un’introduzione che già si arrovellava intorno alla plausibilità politica della vicenda rappresentata. Il punto è che Bestia da stile è un’opera teatrale difficile, ossessiva e ossessivamente incompleta, ‘interminata’ e interminabile, come tutte le ultime opere di Pasolini.

    Azzarderei che nel suo ultimo quindicennio lo scrittore cercasse la grandezza attraverso lo ‘scandalo’, nell’accezione evangelica di un evento che nella sua oscenità (inaccettabilità, assurdità) accogliesse e rilanciasse le contraddizioni della società circostante, sedendovisi in mezzo, in modo da impedirci le soluzioni più facili, comode e banali: in definitiva, indolori. Al contrario, le sue formule teoriche, le sue metafore poetiche e le sue immagini cinematografiche e narrative tentano di scuoterci, fanno male e provocano repulsione come un corpo in putrefazione: egli accetta di apparirci come un cadavere, nella speranza che ci si accorga che a decomporsi, lentamente ma inesorabilmente, non è la sua vita ma quella della nostra società. La reazione più spontanea, dinanzi alle sue accuse, alla sua poesia ‘spietata’, non può che essere, allora, il tentativo di allontanarlo, che è un po’ quello che accade quando si riduce il suo spazio nei manuali di letteratura italiana che si dispongono oggi sui banchi liceali e su quelli universitari.

    Eppure, anche ammettendo che i vertici del nostro canone letterario vadano cercati altrove (è quello che sinceramente penso), trovo che la classicità di Pasolini sia proprio nella sua insostituibilità come testimone (più che profeta) della corruzione irreversibile della modernità; ed è più esattamente questo che ci appare uno scandalo, una bestemmia, culturalmente e politicamente inaccettabile. In questa direzione dobbiamo cercare se vogliamo intendere le sue provocazioni, sia sul piano artistico (che ci interessa di più), sia sul piano biografico (che ci interessa meno): egli non fu l’ennesimo avanguardista e saltimbanco della cultura contemporanea, ma lo scardinatore sistematico delle illusioni di armonia in cui le declinazioni suadenti del potere neocapitalistico ci imprigionano, bloccando la nostra innata spinta al cambiamento.

    L’ambiguità, la polivalenza, la contraddizione, l’irresolutezza non erano per Pasolini dei temi letterari su cui esercitare la propria fantasia: questa era, invece, la sua stessa natura, era ciò che produceva in lui la sensazione di aderire ‘fisicamente’ al disfacimento del moderno, come se non ci fosse possibilità di distinguere fra la violenza economico-politica e il destino individuale. Fu geniale in questo, ma ciò produsse in lui, forse, qualche alibi di troppo, inducendolo a coprire di improbabili motivazioni ideologiche quelle che erano solo delle sue inclinazioni (e non del tutto innocenti): ma anche su questo fronte lo scrittore sollecita la nostra indulgenza, poiché, sin da Le ceneri di Gramsci, le sue debolezze e renitenze furono confessate in pubblico e i suoi giudizi ed errori non lo videro mai prudentemente al riparo. Il suo sperimentalismo non fu formale, ma esistenziale, corporale, e incontro al rischio egli si mosse con un’ostensione che aveva un che di religioso.

    Quando poi si accorse che il neocapitalismo aveva definitivamente vinto (a partire dai primi anni Sessanta) in lui si accentuò una terribile pulsione di morte che aveva sicuramente delle pieghe nevrotiche, conseguenza di un narcisismo troppo a lungo coltivato e non risolto, non curato. Così l’ultimo Pasolini, più lo si frequenta, più lo si legge, e più appare quello che in definitiva era diventato, cioè un virtuoso del nichilismo ideologico, concentrato a tentare di ritrovarsi (o perdersi per sempre) nella «selva oscura» della postmodernità, piuttosto che a capire davvero come stava cambiando il mondo: lo rivela in maniera inequivocabile, penso, la vicenda compositiva della Divina Mimesis, che da affresco storico, morale ed estetico della contemporaneità (sulla falsariga della Commedia dantesca), quale avrebbe dovuto essere nelle originarie intenzioni, si riduce a un’introspezione autobiografica, una ‘dilatazione’ gigantesca di quello smarrimento che, invece, per il Sommo Poeta aveva appena il valore di un antefatto.

    Il mondo reale si sfarinava del tutto dinanzi a un Pasolini ormai accecato e ogni cosa gli appariva ormai rappresentabile solo in forma apocalittica: ecco, direi che, misurata la sua incapacità di adire il romanzo dell’utopia (quello cercato e fallito con Una vita violenta e con l’incompiuta Mortaccia), la chiave distopica può offrire notevoli suggestioni per intendere gli approdi finali dell’arte di Pasolini (Salò, Petrolio, Bestia da stile e la stessa Divina Mimesis), come intuì Bruno Pischedda nel secondo capitolo de La grande sera del mondo (anche questo libro, purtroppo, rapidamente diventato introvabile).

    Cosa e dove sarebbe, di preciso, una «destra sublime», se non in una distopia, cioè in una società sognata come perfezione, ma realizzabile solo come orrore? E quella scioccante fantasia di fusione fra marxismo e «destra sublime» ha qualcosa a che vedere col nostro presente, magari con l’attuale inedita forma di governo in Italia, come si chiede lo stesso Vitagliano nel finale del suo articolo? E, di più, le ardite metafore, le vicende paradossali, i continui dislocamenti ideologici di Pasolini (che certamente ai suoi tempi sarebbero dovuti servire a scuotere le coscienze e, se non accadde, non fu certo colpa sua), sono ancora leggibili da parte dei giovani, quelli sempre diversi e sempre più distanti dal Novecento, che incontro ogni semestre nelle aule universitarie, e i loro coetanei ancora più distratti, magari quelli che (stando alle statistiche) trascorrono sessanta ore al mese nei social network e così, con lenta precisione molecolare, ‘abbandonano i propri corpi’, in favore di una dimensione virtuale, inesperta, disincarnata, fluida? La decomposizione dei corpi di cui parlava Pasolini si sta forse compiendo, ma proprio per questo il suo linguaggio, i suoi vaticini, i suoi paradossi non sono più udibili nel tramestio della precarietà e dei nuovi linguaggi. L’arte di Pasolini, fatta per essere «inconsumabile» (cioè eterna, ma anche restia alle logiche del mercato), rischia di non poter competere con la coazione al consumo rapidissimo che connota la nostra epoca.

    La sua è «una forza del passato», pienamente comprensibile solo se contestualizzata all’interno di un’epoca di cui poco o nulla è sopravvissuto; chi a quella luce ha imparato a leggere il mondo, continua a saperlo fare, ma si muove in una dimensione parallela, come the others di un celebre film. Siamo morti antropologicamente e ci muoviamo in mezzo a una razza nuova, la cui espressione politica prevalente è figlia della scomparsa delle ideologie e, perciò stesso, come ben vedeva il filosofo Mario Perniola nel 2004, è più disponibile a farsi incantare dalle sirene di quella super-ideologia che è la comunicazione: una dimensione totalitaria di cui i nostri ragazzi non riescono a rendersi conto. Il mondo ancora ignoto in cui vivremo i prossimi decenni, non appartiene a noi, ma a una generazione a cui – e a questo comincio a pensare con amarezza e spavento – rischiamo solo di fare del male, se pensiamo di farli accostare alla politica attraverso Pasolini.

    Questi è una montagna meravigliosa da scalare ma, allorché sei arrivato in cima, ti accorgi che tutto quello che hai fatto era, invece, una discesa negli abissi, proprio come accadde a Dante e a Virgilio quando, arrampicandosi lungo il corpo di Satana, stavano in realtà compiendo una discesa nell’emisfero opposto. E tuttavia, mentre Dante e Virgilio potevano abbracciare con coraggio il male, poiché avevano la certezza di «rivedere» e «salire a le stelle» (che era una prospettiva autenticamente ideologica), per Pasolini il purgatorio non è che un mero proposito e «di stelle, nel suo progetto, si tace» (come scriveva in Trasumanar e organizzar, nel 1971). Per questo – horribile dictu! – penso sempre meno a Pasolini come un maestro per i nostri ragazzi; come ricorda Vitagliano, Pasolini dice di sé: «non sono uno scienziato che fa delle ricerche, […] sono uno scrittore», cioè egli doveva rendersi conto di non avere la coerenza di un teorico e si lasciava andare alla fascinosa vorticosità delle sue contraddizioni, suggestive per generare arte, ma rischiose da usare in un tempo come questo, che della fluidità, dell’inconsistenza, della confusione, della negazione ha fatto lo standard della comunicazione e, dunque, del rapporto fra soggetto e mondo.

    Forse gioveremmo alla comprensione e alla vitalità degli autori che amiamo di più (come Pasolini, appunto), se riuscissimo a spogliarli delle vesti sacerdotali e mitiche di cui li abbiamo impropriamente rivestiti, segnalando, accanto alle illuminazioni di cui sono stati generosi con noi, anche quello che non sono stati in grado di darci, anche quello che non hanno capito. Mi piace pensare che, così, non solo renderemmo più interessante il loro studio, ma, riducendo la loro inibente monumentalità, additeremmo agli scrittori del prossimo futuro (quelli che leggeremo essendo già un po’ vecchi) le domande che ancora attendono risposte, le nubi ancora da diradare, il numero non ancora calcolato, la perfezione ancora possibile, la rivoluzione ancora sognabile: suggerimenti per scrivere opere che si sollevino dalla mediocrità di quelle che stiamo leggendo da troppi anni a questa parte…

  2. Consideravo le affinità che un popolo, divenuto consumatore incallito, conseguenza della sbronza storico industriale del boom economico, ha nei confronti delle nuove tecnologie e rimango incredulo nel congetturare che tanta tecnologia comunicativa ci distrae, beneficamente.

    E’ un bene che tanto intrattenimento tecnologico abbia corso così regolare e veloce. Cosi tanto da distruggere le certezze ed i miti facili a concretizzarsi. Diventano più facili da studiare e ignorare i movimenti che nascono e muoiono nell’arco di singole legislature. Se è tutto liquido la corrente diventa benefica. Ma sto nella metafora. Il consenso delle masse un archetipo delle culture dello scorso secolo. Adesso nell’ovvio. Certo i vaccini della democrazia funzionano. I nostri presidi anche. I dialetti un pò meno.

    Nel dialogo popolare distratto dalla politica contemporanea intercorrono credenze ataviche, pregiudizi storici, che a contatto del contagio social avvampano e scompaiono in un like. La luna rimane al suo posto. Lo studio ponderato, l’analisi di Pegorari inequivocabile.

    La “destra sublime”, il concetto etimologico, del Poeta, caro Vitagliano, rimane a mezz’aria tra lo slang ed il rap d’impeto. Il dialetto una potenziale controriforma. Una sublimazione politica delle nostre buone intenzioni superate dalla storia.

    (davvero un modestissimo contributo il mio.)

    Grazie a voi, un caro abbraccio.

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